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MINIERE DELLA VALSESIA

Sono molte le attività che ci spingono ad andare in montagna, poco praticata è la visita di miniere abbandonate. Che interesse può esserci nella visita di una galleria mineraria ? In primo luogo la possibilità di trovare qualche interessante minerale. Poi la curiosità di girare per i suoi meandri e le sue ramificazioni per cercare di capire il lavoro dell'uomo, le tecniche usate, i problemi che si sono presentati e come sono stati risolti. Se vogliamo questa attività è un po' il parente povero della speleologia che ha motivazioni di ben più alto livello. Però ogni tanto una visita ad una miniera ci può scappare come alternativa alle altre e più nobili attività della montagna.

Difficoltà tecniche o pericoli veri non ce ne sono. Occorre tuttavia tenere presente alcune cose elementari. In primo luogo non andare da soli. Utilizzare un doppio impianto di illuminazione costituito da un frontale sul casco e una torcia a mano. Utili gli stivali perché è sempre possibile trovare acqua se non addirittura piccoli laghetti. Diffidare di eventuali armature in legno o in ferro che si possono incontrare. Non avventurarsi in gallerie puntellate con grosse travi in legno disposte a trapezio. Il puntellamento è stato fatto a suo tempo per fronteggiare il pericolo di crolli, le travi, da anni in opera, non sono più affidabili. Attenzione ad eventuali pozzi sul pavimento, non avvicinarsi ai bordi. Accertarsi che la roccia della galleria sia sana e compatta senza fessurazioni o altre soluzioni di continuità, nel qual caso è prudente rinunciare alla visita.

In Valsesia sono numerose le miniere abbandonate, qui un elenco sommario dei giacimenti affioranti e delle miniere:

«Gneiss protoginici» tipici a Rossa, Mollia, Rimasco e Boccorio.
«Micascisti e Gneiss minuti eclogitici» predominanti nell’area N. O. Valsesiana, sulla linea Monte Mera, Scopello, Boccioleto, Fobello, Rimella e che costituiscono anche l’intero bacino imbrifero della Val Strona di Valduggia. Sono tipiche le formazioni «tegulari» di Rimella e «laminari» di Piode, Boccorio e Boccioleto ove tratti in lastroni servono ottimamente per lavori di edilizia ed in lastre minori, tratte dovunque, hanno servito ai primi abitatori fino a quelli di oggi per copertura di abitazioni e ricoveri. In quest’ultima località affiorano strati di asbesto (amianto) poco importanti.
«Graniti» affiorano in area irregolare, con andamento sud-est dalla bocchetta di Guardabosone a Borgosesia, Vanzone, Rocca Pietra, Breia. Tipico si presenta a Rocca Pietra (tipo Alzo) e più scuro, formazione minuta a Quarona, Vanzone, ove è cavato in maggior misura.
«Anfiboliti» Serpentine o Pietre oliari. Tipica la pietra ollare del monte Stofful di Alagna di più fine formazione della consorella di Oira. Fu usata sempre per vasi, anche di cottura, a deboli spessori. Ottima per lavori di decorazione. Negli strati archeologici romani di Borgosesia si rinvennero vasi eseguiti con questa pietra ollare del monte Stofful frammisti ad altri di quella d’Oira, cave ora abbandonate.
Nota per bellezza la serpentina con vene asbestose-calcitiche in enormi blocchi erratici deposti a Cilimo (Rocca Pietra) valle del Pascone, denominato «marmo verde di Cilimo»; in uso da tempo, ora attivamente cavato.
«Dolomie e calcari dolomitici del Fenera». Cave al Ponte S. Quirico sfruttate da tempo immemorabile per calce e pietrisco con esportazione per tutto il piano novarese e vercellese.
«Calcari cristallini»: tipico quello bianco-carnicino all’alpe Mazzucco in val di Rassa e a Valpiana di Cellio.
«Calcare cristallino dolomitico del Fenera». È del tipo di Viggiù, color oliva chiaro; un’antica cava è presso la cappelletta di S. Quirico, collegata al piano dalla cosidetta «strada dei buoi». L’uso del cemento ne ha fatto sospendere lo sfruttamento: era conosciuto nell’antico e da questa provengono lastre decorate e scritte del «vicus» romano di Naula e di Seso (Borgosesia).
«Arenarie rosse del Fenera». Notissime come materiale refrattario anche nel periodo romano ed in fondi di abitazioni preromane scoperte a Borgosesia ove si trovò quest’arenaria usata nei focolari.
«Selce nera (pietre coti)». Ottimi gli strati della sommità del Fenera sfruttate per molto tempo e di Villa del Bosco, cave ora entrambe abbandonate.
«Quarzo e caolino con spalmature di fluorina» di evidente formazione geyseriana al Baraggione di Borgosesia ed a Grignasco, cave in pieno esercizio.
«Grafite» a Cervarolo in Valle Menga ed a Foresto. In quest’ultima località venne per lungo periodo esercitata l’estrazione.
«Ferro». La miniera di Ailoche di Postua, esercita fin dal periodo romano, fu per molti secoli la fonte di minerale per le fucine di Aranco, Borgosesia e Isolella, molto apprezzate per la loro produzione di ferri lavorati. Quelle di Ferrera furono sfruttate solo saltuariamente.
«Pirite cupro-nichel cobaltifero». Notissime le miniere di Scopello che ebbero un momento di grande sfruttamento dopo l’annessione della Valsesia al Piemonte, e quelle di Alagna, ora entrambe inattive.
«Pirite aurifera». Noti da sempre i giacimenti dei bacini di Carcoforo, Fobello e Rimella. Quelli più importanti del monte Rosa al Kreas e al Colle delle Pisse furono sfruttate fino a pochi anni orsono.

Alcune hanno gli ingressi franati e non sono più visitabili, ad esempio le miniere di ferro e nichelio presso Fei, frazione di Doccio; le miniere di ferro in regione Prà presso Locarno e in prossimità del Colle del Ranghetto sfruttate nel 1600; le miniere di pirite ramifera aperte agli inizi del 1700 presso l'Alpe Val di Mengo in Val Bagnola. Di queste ultime esiste un pozzo che consente di entrare nelle gallerie, ma la cosa è da esperti speleologi. Per restare sempre nella zona della bassa Valsesia, esistono miniere di nichel accessibili al Castel di Gavala aperte nel 1850, all'alpe Laghetto a meridione del Monte Capio, fra il Becco delle Galline e il Paretone sulla cresta Pizzo - Res. Tutte queste richiedono mediamente 2 ore di cammino per essere raggiunte. Altre miniere più vicine (20 - 30 minuti) sono quelle di pirrotina nichelifera di Isola, frazione di Vocca, oppure di nichel a Valmaggia, però le relative gallerie non sono facilmente identificabili e non sempre sono percorribili. Per contro ci sono miniere accessibili in pochi minuti dalla macchina, con ingressi facilmente riconoscibili e che hanno una storia che merita di essere conosciuta. Si tratta delle miniere della Gula nel Landwasser, la valle di Rimella per intenderci. In questa zona i primi permessi di sfruttamento minerario risalgono al 1903.
 

Successivamente rinnovati, anche da parte di società diverse, si protraggono fino al 1921 quando entrano in scena i veri protagonisti della storia delle miniere della Gula: don Giuseppe Teruggi e il sig. Giovanni Brunetti. Quest'ultimo è un profondo conoscitore di tecnica mineraria e un ottimo capo minatore. Don Giuseppe Teruggi, parroco di Ferrera a partire dal 1897, è a sua volta, cosa insolita per un sacerdote, un esperto di geologia applicata alle miniere. Nel 1920 iniziano i lavori di ricerca di pirrotina nichelifera. Gli indici di affioramento fanno infatti presagire l'esistenza di importanti giacimenti. Vengono scavati oltre 800 metri di gallerie rinvenendo numerosi strati di discreto spessore dei seguenti minerali: ferro, zolfo, nichel e cobalto con un tasso dell'85 - 90 % di materiale utile. Questi primi sondaggi fanno nascere la speranza, confortata anche dal parere di eminenti geologi e minerologi, di poter realizzare nella zona un importante complesso minerario che assorbirebbe tutta la manodopera locale. In quegli anni Ferrera e le sue frazioni sono molto popolose, si parla di 700 abitanti. La mancanza di lavoro nella valle obbliga gli uomini ad espatriare ed a restare lontani dalle famiglie e dalla loro terra anche per periodi prolungati. La grande aspirazione di don Giuseppe Teruggi è di dare un lavoro a tutti i valligiani sfruttando, appunto, le miniere della Gula. Per realizzare questo progetto don Teruggi impegna la propria intera esistenza guadagnandosi l'appellativo di "don Minera".

Viene fondata una società mineraria che dà inizio ai lavori di sfruttamento impegnando 40 operai. Vengono costruiti fabbricati di servizio, una teleferica e alcuni tronchi di ferrovia a scartamento ridotto per il trasporto del materiale. Fin dagli inizi il materiale estratto risulta povero e di non facile lavorazione, con i mezzi tecnici del tempo, per ricavare nichel e cobalto. I lavori di estrazione sono notevolmente rallentati, gli operai impiegati si riducono a 4. Questa situazione raggela non poco gli entusiasmi iniziali tanto che nel 1926 cessa ogni attività. Fino al 1932 viene fatta la sola manutenzione degli impianti e alcune ricerche nel corso delle quali gli esperti, che visitano le miniere, affermano la validità del loro sfruttamento. È sempre nel 1932 che appare sulla scena un ingegnere chimico tedesco che sostiene di aver scoperto un procedimento, per il trattamento del minerale, tale da rendere remunerative le miniere. Vengono costruiti nuovi edifici e una lunga gradinata, tuttora esistente, per raggiungere gli imbocchi delle gallerie. Ben presto l'ingegnere tedesco viene smascherato come un truffatore e costretto a rimpatriare. Ma anche dopo queste delusioni e vicissitudini don Teruggi non abbandona l'impresa. L'impegno viene concentrato sulla coltivazione della pirite aurifera. Vengono acquistati impianti tecnici che occupano fino ad 8 operai. Ma anche questa via non sortisce risultati apprezzabili tanto che tutto si ferma nuovamente. Nel 1936 esce di scena Giovanni Brunetti fino a quell'anno inseparabile collaboratore di don Teruggi. Arriviamo ai primi anni della seconda guerra mondiale. Don Minera, che si è indebitato per una cifra considerevole, pressato dai creditori, tenta di vendere la concessione di sfruttamento minerario, affidando l'incarico a vari studi legali di Milano. Alcune imprese importanti, spinte dalle necessità belliche, si interessano delle miniere della Gula, ma tutte si fermano di fronte alla scarsa consistenza dei suoi giacimenti. A guerra finita nel 1946 don Giuseppe Teruggi, ormai settantacinquenne, lascia la parrocchia di Ferrera. Il suo grande sogno di creare un centro minerario in grado di dare lavoro a tutti i suoi valligiani tramonta per sempre. Viene così posta la parola fine alla lunga e travagliata storia delle miniere della Gula.

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