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FRA' DOLCINO
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La figura di Frà Dolcino, citato da Dante nel 28° Canto dell’Inferno, veniva usata come bandiera nelle lotte anticlericali ma, con il passare del tempo, perse via via i suoi reali contorni, oscurata dalle favole, distorta dalle invenzioni e dalle falsificazioni, resa confusa dalla polemica e dalla faziosità.
Ecco come Dante riportava nella nona bolgia della sua Divina Commedia, dove collocò i seminatori di scandali e di eresie, la profezia di Maometto che, come tutti i dannati, era in grado di vedere il futuro:
“” Or dì a Frà Dolcin dunque che s’armi;
tu che forse vedrai il sole in breve,
s’ello non vuoi qui tosto seguitarmi,
sì di vivande, che stretta
non rechi la vittoria al Noarese,
ch’altrimenti acquistar non saria leve.””
Dolcino è l’unico eretico ricordato da Dante nella Commedia : il che indica, in un’epoca pullulante di eresie, la grande fama che Dolcino continuò ad avere anche dopo la sua morte.
Nonostante la bibliografia inerente al personaggio sia numerosa, è di scarsissima rilevanza dal punto di vista storico talché è impossibile delineare con sicurezza sia la sua biografia che la storia della sua setta o movimento.
Le prime notizie biografiche ci vengono da Benvenuto da Imola nel suo Commento della Divina Commedia, scritto settanta anni dopo l’esecuzione di Dolcino.
Secondo Benvenuto, Dolcino TORNIELLI nacque a Romagnano (Prov.NO) fra il 1250 ed il 1268 e, ancora bambino, venne a Vercelli dove trovò ospitalità presso un prete di S. Agnese, chiesa posta alla Porta del Cervo, alla confluenza con il fiume Sesia
Studi più recenti attribuiscono la pretesa paternità di Frà Dolcino al “ prete Giulio “ cioè a De Julio Presbitero di Trontano in Val d’Ossàola, trasferitosi poi a Prato Sesia. I Presbitero erano imparentati con i Tornelli ( entrambi ghibellini ) ed i due casati erano presenti a Vercelli oltre 50 anni prima della nascita di Dolcino.
Fu discepolo del maestro Sion, insegnante di grammatica, e dimostrò negli studi un acutissimo ingegno.
Non trascorse però molto tempo che Dolcino rivelò il suo cattivo temperamento derubando il suo insegnante, il quale incolpò del fatto un suo familiare.
Scoperta la verità, Dolcino fuggì da Vercelli e si rifugiò a Trento, dove divenne seguace del movimento eretico degli Apostolici, detti anche Minimi o Fraticelli o Poveri di Cristo o Sgarmagliati.
Una versione diversa avanza l’ipotesi che la fuga da Vercelli ( governata dai Guelfi ), sia stata determinata da contrasti politici.
Erano ormai 40 anni che gli Apostolici andavano per le contrade dell’Emilia a predicare la penitenza ed esortare il ritorno alla originaria vita evangelica. Si trattava di un movimento simile a quello francescano ma di scarso seguito, tale da non preoccupare troppo né le autorità religiose né quelle politiche.
Il catastrofismo dovuto all’attesa di un’imminente fine del mondo ( mille e non più mille ) trova in Gioacchino da Fiore ( 1142 – 1202 ) una originale formulazione che avrà formidabili implicazioni innovative indirette.
Attraverso una sua personale lettura delle Sacre Scritture, Gioacchino fonda la teoria del Vangelo Eterno, secondo cui la rivelazione della Verità non è data una volta per tutte, ab origine, ma si manifesta progressivamente nella storia umana attraverso stadi successivi di conoscenza, l’uno più perfetto del precedente.
L’era del Padre, nella quale il popolo di Dio è schiavo delle passioni ed in cui dominano il lavoro e la fatica;
L’era del Figlio, nella quale il popolo di Dio comincia a liberarsi delle passioni ed in cui dominano la dottrina e la disciplina;
L’era dello Spirito Santo, nella quale gli uomini incontrano Dio senza bisogno di mediazioni o intermediari ( prelati o sacramenti ): sarà il tempo della libertà, della contemplazione, della lode e della luce.
Alla morte di Gherardo Segarelli , arso vivo sul rogo nel 1300 a Parma, Dolcino divenne il capo del movimento e volle dare ad esso un immediato e preciso orientamento che derivava dalla dottrina, rivista e corretta, di Gioacchino Fiore.
Ne emerge un sistema alternativo ( rispetto alla cultura cattolica prevalente ) di interpretazione del mondo.
I movimenti spiritualisti ereticali, e Dolcino in particolare, rielaborano quelle tesi traducendole in ideologia destabilizzante.
Così Dolcino annunziava il ritorno al fiore della purezza apostolica che aveva profumato il mattino del cristianesimo.
Non più gerarchie di preti e di frati, non più luoghi consacrati e conventi., non più ricchezze ed ostentazione di sfarzo e di potenza. Bisognava tornare semplici, umili e poveri, come nell’era degli Apostoli, e vivere poveramente del proprio lavoro.
Chi sente in sé l’afflato divino, predichi liberamente la divina parola, sotto il cielo aperto, in faccia alla natura.
Su questo sfondo teorico umanistico, piuttosto simile nei vari movimenti eretici del medioevo, Dolcino innesta contenuti ancora più radicali e rivoluzionari: l’abbattimento e la distruzione della gerarchia corrotta sia clericale che politica e laica, il rifiuto di versare le decime ( il loro annullamento rappresentava, de facto, l’abbattimento dell’accumulazione e dello sfruttamento feudale, cioè la dissoluzione del sistema feudale e, con esso del sistema economico ), il rifiuto del giuramento, la liberazione umana da realizzare in questo mondo e non nell’aldilà.
Questi concetti-cardine dell’eresia, così come Dolcino li predicava, sono talmente dirompenti e distruttivi dell’ordine non solo religioso ma sociale e politico, che non si limitano a contestare solo questo o quell’aspetto.
E’ una critica globale ed integrale tanto feroce dell’intero sistema, da disegnarne l’abbattimento.
Per questo Dolcino fece paura sul serio al potere politico e religioso.
Dolcino va quindi considerato non solo come riformatore religioso, quanto come rivoluzionario sovversivo della società e del potere del suo tempo.
Attorno al nuovo Capo il movimento degli Apostolici acquistò forza e vigore e prese subito una maggiore consistenza.
Nel Trentino conobbe sorella Margherita, figlia di Olderico D’Arco, la quale gli fu compagna fedele per tutta la vita, fino alla morte.
La questione da dirimere per una corretta valutazione storica di Dolcino è :
Dolcino risultò sconfitto perché tutto questo fu troppo moderno per quel lontano inizio del XIV secolo, ma risultò attuale e comprensibile quasi cinque secoli dopo: nel 1789 durante la Rivoluzione Francese.
Se infatti dovessimo riassumere il significato della vicenda nel suo complesso, non potremmo trovare di meglio che le tre parole cardini della citata Rivoluzione Francese: libertà, uguaglianza e fratellanza.
Libertà degli uomini di fronte a Dio; uguaglianza dei figli di Dio; fraternità evangelica.
In nessun documento, fino a questo momento, si trova menzione del fatto che gli Apostolici portassero armi né che si fossero raggruppati per qualche impresa militare.
Come ha potuto Dolcino diventare guerriero e condottiero?
Nel 1304 risulta che Frà Dolcino, con una moltitudine dei suoi seguaci valutata a circa 2.000 uomini, abbia partecipato a Martinengo ad un fatto d’armi quale alleato di Matteo Visconti, accorso in difesa della famiglia Suardi – ghibellina – che, minacciata dalla famiglia Della Torre di Bergamo – guelfa – si era rifugiato nel suo castello di Martinengo.
Sicuramente in quella battaglia frà Dolcino ebbe modo di fare esperienza d’armi e di procacciarsi gli armamenti occorrenti ai suoi uomini.
Le milizie del tempo, infatti, erano dotate di armatura a maglie di ferro sotto forma di cotta ( fino alle ginocchia ), di elmi a calotta, pettorali, gomitiere, bracciali, gambali, scudi, lancia, spada, un coltellaccio, archi, balestre e frecce.
In quel tempo Milano, con le sue miniere di Cantù e di Carate, era un centro rinomato di armaioli ed è interessante ricordare che Vercelli il 17 marzo 1232 invitò l’armaiolo Aramino Rubei ad aprire in città una fabbrica di usberghi il cui prezzo ammontava a 4 denari per libbra.
Anche in quei tempi, quindi, non era indifferente il costo necessario ad armare un esercito.
Ma ormai attorno agli Apostolici si stringevano sempre più inesorabilmente le maglie della persecuzione e per questo Dolcino pensò di trovare un quieto asilo fra i monti che conobbero la sua giovinezza, in attesa che le sue profezie si avverassero.
Nella primavera del 1304, quindi, Dolcino con alcuni seguaci rientra in Piemonte e, dopo aver passato la notte nella Rocca di Rovasenda a causa dell’incertezza su ciò che sta accadendo in Valsesia, avendo avuto notizia da Longino Cattaneo, un cavaliere di Bergamo suo seguace e grande amico, che la strada è libera, scende su Gattinara.
Il borgo di Gattinara è sempre franco dal giorno della ribellione armata avvenuta nell’inverno dell’anno precedente contro Vercelli, gli Arborio ed i suoi odiati vassalli.
Quanto ha sognato questi luoghi !
Questi borghi franchi della Universitas Valsesiana dove ci si sente padroni a casa propria, quando si possono tenere lontani i signori, la soldataglia ed i frati inquisitori.
In paese e su nella valle ci sono amici che l’aspettano: a Campertogno c’è Milano Sola, l’agente dei Biandrate, ricco proprietario terriero e c’è il giovane curato di Serravalle.
Entrambi l’hanno invitato quassù fin da quando era lontano, offrendogli ospitalità.
Ma anche se il borgo e la valle possono apparire sicuri e tranquilli, la situazione in realtà non è così rassicurante, E’ pur vero che, per ora almeno, lì a Gattinara e nei borghi più a monte, la milizia non obbedisce che al podestà della valle ed ai consoli delle vicinanze locali ma è una situazione troppo bella perché possa durare a lungo.
Il Vescovo, il Comune, gli antichi signori della valle, alleati nel riscuotere affitti, decime e tributi, non rinunceranno così facilmente alle rendite dei borghi e delle terre che spettano loro per vecchi diritti e per accordi recenti.
E’ così che, fin dal giorno del suo arrivo a Gattinara, Dolcino si trova inserito e coinvolto in una situazione di violenza rivoluzionaria che non ha creato e che non lo riguarda direttamente anche se non può fare a meno di simpatizzare per i suoi concittadini che lottano per le franchigie del borgo e della valle.
Sarà però questa simpatia e questa solidarietà che farà sì che tutta l’iniziativa rivoluzionaria gli venga attribuita anche se, in realtà, è arrivato in quei luoghi con pochi seguaci, fuggiasco, senza chiedere altro che di nascondersi e di girovagare indisturbato fra coloro che volevano ascoltare la sua buona novella.
Intanto la minaccia di un attacco delle milizie vercellesi induce il console ad offrire a Dolcino, in cambio del suo abbandono delle case del paese, la Rocca di San Lorenzo, un castellaccio diruto dove, con qualche adattamento, possono trovare precaria sistemazione una cinquantina di cristiani.
Longino, che è cavaliere e uomo d’arme, consiglia Dolcino di accettare l’offerta perché questa sistemazione, grazie alla quota, può dare maggiori garanzie di difesa se sottoposti ad un attacco.
Dolcino inizia quindi il riattamento della Rocca che sorge dinanzi a un rilievo detto Pian di Cordova, sulla sinistra di chi guarda l’imbocco della valle.
Dirige questi lavori uno dei più fedeli seguaci di Dolcino, Maestro Alberto da Cimego, che per ben quattro volte sarà l’architetto e l’artefice dei villaggi di capanne dei campi dolciniani.
Comunque, per la prima volta, rompendo la tradizione e la regola di non far conventi, di non assembrarsi in case ma riandare vagando per il mondo, stabiliscono su questa Rocca una specie di quartier generale unico e stabile.
E’ qui che i seguaci di Dolcino riescono per la prima e unica volta a godere di un senso di indipendenza e di quiete,
E’ la stagione breve del Pian di Cordova quando, terminati i lavori, provvisti di vivande dai valligiani, i seguaci di Dolcino, cui ogni giorno si aggiunge qualche neofita proveniente dai borghi e dalla valle, escono sui prati davanti alla rocca per ascoltare la parola del loro pastore.
La quiete però, come tutti si aspettavano, presto finisce.
Un messaggero del Signore di Rovasenda, ghibellino e nemico dei vercellesi, porta la notizia che le milizie guelfe sono in marcia contro di loro.
Fin dalle prime avvisaglie di scontro diretto, Dolcino fa abbandonare precipitosamente San Lorenzo e dispone per la fuga generale a Serravalle dove c’è un parroco ed un paese amico.
Serravalle sarà la nuova tappa ed il nuovo punto di appoggio.
Le cose precipitano !
Il parroco di Serravalle viene chiamato, a seguito delle dicerie giunte all’orecchio del Vescovo e del Podestà di Vercelli, a discolparsi per aver permesso a Dolcino di salire sul pulpito della chiesa di Serravalle per tenere le sue concioni.
Partito il parroco, sparsosi il timore nel paese che l’inquisizione possa distribuire anche fra i serravalesi rogo e carcere, la congregazione di Dolcino si rimette in cammino verso i paesi dell’alta Valsesia.
Fino a questo momento Dolcino e i suoi compagni hanno trovato rifugio nell’alta valle senza difficoltà; i rapporti con i valligiani, anche con quelli più rigorosi o più indifferenti in materia religiosa, sono rimasti nei limiti della carità cristiana ma ora, sotto la nuova minaccia, solo amici provati e decisi come il Sola reggono alla prova senza vacillare,
In tutte le altre case si sta facendo, agli ospiti pericolosi, lo stesso discorso : “ per la carità cristiana per cui siete stati accolti, andatevene con Dio al più presto, prima che anche a noi possa succedere qualche guaio “
Dovunque si vada, il problema rimane lo stesso: trovare alloggio e vettovaglie per centinaia di fuggiaschi in poveri paesi montani che, fra una carestia e l’altra, riescono appena a sostentarsi.
Una cosa è certa : non si può ridiscendere a valle !
Sarebbe come buttarsi in bocca al lupo proprio nella zona dove i vercellesi e i novaresi hanno già scatenato la persecuzione aperta e collettiva.
Quindi non rimane che rifugiarsi più in alto possibile, in qualche alpeggio isolato dove si potranno trovare armenti e baite di pastori e si potranno costruire baracche e tettoie per tutti.
Chi mai avrà il coraggio e la voglia di salire a molestarli fin lassù ? E poi non sarà mica per sempre!
Dolcino quindi sposta il suo campo sulle alte cime dei monti prima a Balma ( non facilmente individuabile oggi ) poi alla Parete Calva, un’aspra montagna che domina l’ingresso della Val di Rassa.
Finora la vita di Frà Dolcino si è svolta nelle vesti di predicatore, di sobillatore di folle, di guida per i suoi seguaci.
Tutta la sua esistenza è stata quella di un perseguitato che ha sempre odiato l’uso delle armi, sfuggendo con astuzia alle insidie quotidiane, predicando continuamente una vita umile senza la ricerca di beni duraturi.
Fra vecchi e nuovi adepti, i suoi seguaci sono almeno 1.500, fra uomini e donne. Una turba veramente considerevole ( se si pensa che all’epoca Novara non contava più di 5.000 abitanti ) che, per sopravvivere fra quelle montagne inospitali e prive di tutto, deve necessariamente darsi al furto ed alla razzia.
Per questo, infatti, cresce l’ostilità delle popolazioni locali e di conseguenza la vita dei ribelli si fa sempre più dura, per non morire di fame devono procedere a spietati saccheggi, che Frà Dolcino giustifica portando all’esasperazione la sua dottrina : pur di salvare i loro corpi e le loro anime, gli apostolici sono autorizzati a compiere ogni sorta di violenza contro che ubbidisce a Santa Romana Chiesa.
Il coraggio e lo spirito battagliero dei ribelli sono grandi.
Praticamente l’alta valsesia si trova alla mercè delle loro scorrerie : osano perfino assalire il territorio di Varallo dove, dopo un sanguinoso combattimento, riescono a catturare lo stesso podestà che, insieme con parecchi Varallesi, viene trascinato prigioniero alla Parete Calva per ottenerne un riscatto.
Ma ben presto la Valsesia non offre più la possibilità di fruttuosi saccheggi ed allora gli eretici decidono lo spostamento del campo in nuovi luoghi.
Il 10 marzo 1306, dopo aver percorso le dirupate e lunghe vie dei monti ancora innevati, Dolcino ed un migliaio circa dei suoi seguaci, giunse nelle prealpi biellesi installandosi sul Monte Zebello (chiamato poi Rubello ed ora S. Bernardo )
Senza perdere tempo, organizza una scorreria su Trivero, perfettamente riuscita data la sorpresa che crea sbigottimento negli abitanti di quella località. Né vale a rintuzzare l’assalto l’intervento tardivo degli abitanti di Mosso, richiamati dai rintocchi angosciosi delle campane triveresi, suonate a stormo.
L’irruzione degli eretici nella Signoria Episcopale Biellese provoca subito una vigorosa reazione del Vescovo di Vercelli, Raineri Avogadro di Pezzana, fermamente deciso a stroncare questa calamità arrivata improvvisamente nella sua diocesi.
Costui, Signore di Biella e influentissimo a Vercelli – dove allora dominavano i guelfi – riesce a mettere rapidamente in campo un esercito.
Per le necessità della guerra già il 15 marzo 1306 il Comune di Biella deve contrarre un primo mutuo di 80 lire pavesi per pagare i soldati che andarono a Mosso sotto il comando di Uberto Marchisio; un altro mutuo di ben 400 lire pavesi viene contratto il 4 luglio di quello stesso anno.
Ai Biellesi ed ai Vercellesi si uniscono altre milizie provenienti da altre regioni ( fra gli altri un forte gruppo di armati inviato da Amedeo V di Savoia e di balestrieri provenienti da Genova ).
La lotta è durissima, crudele e di alterne fortune. Gli Apostolici si battono con coraggio fanatico, con una furia cieca e terrorizzante.
Mosso, Trivero, Coggiola, Flecchia e parte di Crevacuore, di Mortigliengo e di Curino vengono distrutte e date alle fiamme.
Dolcino conduce una guerra di rapide scorrerie e di altrettanto rapide ritirate sui monti dove la difesa si presenta più vantaggiosa ed efficace.
Ma con l’arrivo del freddo, la vita all’aperto che conducevano questi disperati, assume presto un aspetto tragico.
Il Vescovo riesce a impedire loro ogni possibilità di scendere al piano per i rifornimenti di vettovaglie facendo costruire cinque bastie a Broglio, sul Monte Rovella, a Mosso, a Mortigliengo ed a Curino; dietro le bastie ed i ribelli crea una zona di desolata solitudine.
Per tutto l’inverno 1306 - 07 gli Apostolici sono tenuti imbottigliati sui loro monti : soli con il gelo, soli con la neve e soli con la loro fede, ridotti, per sopravvivere, a dover mangiare i loro stessi morti.
Nel marzo 1307 il Vescovo Raineri organizza l’offensiva generale: Capitani sono Giacomo e Pietro di Quaregna e Tommaso Avogadro di Casanova.
La battaglia avviene il 23 marzo – giovedì santo – ed inizia con l’assalto alla bastia di Stavello : dura tutto il giorno e si conclude con la cattura di Dolcino, della sua Margherita e di Longino da Bergamo.
Il 25 marzo – sabato santo – tutti e tre sono condotti alla presenza dell’esultante Vescovo Raineri nel suo castello di Biella, dove sono tenuti in carcere per circa tre mesi.
Il Vescovo attendeva una decisione papale ma, alla fine, volendo porre fine alla questione Apostolica prima di una eventuale possibile evasione di Dolcino, procede di iniziativa costituendo un numeroso tribunale formato da religiosi e da laici giuriesperti i quali decidono di consegnare Dolcino, Margherita e Longino al braccio secolare.
Il silenzio ed il rifiuto di Dolcino di abiurare e rinnegare la sua eresia avevano aperto la via all’esecuzione. Il mattino di venerdì 1° giugno del 1307, Dolcino viene condotto nella corte ad ascoltare ancora una volta, secondo la regola del tempo, gli atti del processo e la sentenza. Tale luogo è verosimilmente l’attuale chiesa di San Paolo, nella piazza del Municipio di Vercelli.
Quando il notaio ebbe finito di leggere i capi d’imputazione, con grande impeto le guardie spingono il condannato sopra un carro a quattro grandi ruote con un braciere ardente ed una stanga alla quale lo incatenano.
Sferzati i cavalli, il carro si muove sferragliando.
Quando il carro giunge nella piazza del Grano, dove la folla si era assiepata per assistere al supplizio, il boia Martino prende il tenaglione con entrambe le mani guantate di cuoio imbottito, controlla che le ganasce siano ben arroventate sputandoci sopra e si accanisce sul corpo di Dolcino.
La carne sfrigola e fuma ma il condannato non emette un sol lamento.
Allora, interpretato quel silenzio come una sfida, il boia Martino si accanisce ancora di più col fuoco sulle spalle e sul petto del condannato ma Dolcino rimane imperterrito
Mentre il prigioniero viene condotto per la città di quartiere in quartiere, le tenaglie seguitano il loro lavoro strappando le carni e spogliando le membra fino alle ossa.
E ognuno può vedere che, fra tanti tormenti, Dolcino non emette un lamento né muta espressione del volto.
Solo una volta, amputato del naso, stringe un poco le spalle e, quando, vicino alla porta della città detta la Porta Dipinta, gli viene strappato il membro virile, trae un gran sospiro, contraendo il viso.
Al crocevia di Santo Stefano si affloscia col capo reclinato, restando appeso alla stanga.
Il boia lo fa rinvenire con una secchiata d’acqua gelida ed infine il carro, mentre le campane dell’arengo continuano a suonare a morto, esce dalla porta del Castello e si dirige verso il fiume, dov’era stato approntato il rogo.
Lì viene bruciato Dolcino e le sue ceneri disperse al vento nelle acque della Sesia.
Di tutto questo c’è la testimonianza indiretta, pressoché contemporanea, di Benvenuto da Imola il quale dice di aver appreso questi particolari dal nipote del medico di Dolcino, mastro Rainaldo da Bergamo.
Longino e Margherita furono ricondotti a Biella due settimane dopo l’esecuzione di Dolcino.
Venerdì 15 giugno 1307 furono approntati i pali e la legna sul grande masso che spartisce il fiume Cervo presso il ponte detto della Maddalena.
Qui entrambi furono condotti e arsi vivi al cospetto di una grande folla.
Le loro ceneri furono disperse al vento sui sassi del fiume.
Naturalmente la vicenda dolcineanea ha due facce come qualsiasi medaglia
ma, come accade in tutte le cose di questo mondo, la verità non è mai tutta da una sola parte.
Per gentile concessione di A. Zenga

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| La cattura di fra Dolcino in un affresco di autore anonimo (foto Martinero, da: E. Sogno, "La croce e il rogo", Mursia, Milano, 1974) |
Supplizio di fra Dolcino e Margherita (da: "Le tradizioni italiane" di
Angelo Brofferio - 1849) |
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