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Di "Angelicus", in "La TRAMA" (diretta da Pietro Secchia), Anno 2°, n°4
(Maggio-luglio 1959) pp. 44-53
Pubblicato in "La Rivista Dolciniana" n° 20, luglio-dicembre 2001
E' noto che di fra Dolcino nulla è giunto a noi in forma autentica; egli scrisse alcune lettere, specie di manifesti dottrinali, predicò a lungo nel Trentino e nella Valsesia, ma non conosciamo di lui alcun documento che ci consenta di affermare con certezza quale fu esattamente la sua dottrina e quale la pratica. Tutto ciò che sappiamo al riguardo si trova essenzialmente nell'"Historia fratris Dulcini" del cronista chiamato dal Muratori Anonimo Sincrono, perché contemporaneo del frate; nel "De secta illorum qui se dicunt esse de ordine Apostolorum" e nell'"Additamentum ad historiam Dulcini haeretici" , scritti fra il 1316 e il 1323 dall'inquisitore Bernard Gui; nel capitolo LXXXIV del libro VIII della "Cronica" di Giovanni Villani, iniziata, com'è noto, intorno al 1307 e interrotta nel 1348 con la morte dell'autore; nel commento al Canto XXIII dell'Inferno dantesco, di Benvenuto da Imola, composto nel 1375 circa. E' pure annoverato tra le fonti, lo Eymeric, inquisitore d'Aragona, autore nel 1375-80 di un "Directorium inquisitorium", ma, poiché si ha ragione di credere che la sua opera sia una semplice riproduzione di quella del Gui, essa non è considerata fonte primaria. Altri autori ripeterono successivamente ciò che dicono le prime fonti, e di loro non è, pertanto, il caso di parlare nella presente occasione. Che cosa dichiarano queste fonti a proposito dell'uso comune delle donne da parte degli Apostolici? L'Anonimo Sincrono tace, ma egli scrisse piuttosto una cronaca dei fatti avvenuti nella Valsesia e nel Biellese che un'esposizione delle dottrine dolciniane, e se in essa non manca qualche elemento dottrinario, e non certo trascurabile, assai più importanti sotto tale aspetto sono i due scritti del Gui, che ci dà notizia di tre lettere del frate, riferendo con chiarezza la dottrina contenuta nelle prime due. Egli aggiunge pure venti punti nei quali sono formulati, in base a testimonianze e interrogatori, i principii della dottrina apostolica, e due di questi stabiliscono, senza ombra di dubbio, la libertà sessuale per gli eretici. Il Villani narra, a sua volta, che fra Dolcino proponeva "sé essere vero apostolo di Cristo, e che ogni cosa doveva essere in carità comune e simile le femmine essere comuni e usandole non era peccato". Benvenuto da Imola formula la stessa accusa in termini quasi identici, e racconta che il frate andava predicando che "tutte le cose dovevano essere comuni nella carità e che era lecito usare le donne indifferentemente". Quale valore hanno siffatte testimonianze e in qual conto dobbiamo tenerle? L'Anonimo Sincrono non parta, come ho detto, di libertà sessuale, ma fa accuse tali agli Apostolici, da rendere affatto verosimile anche quella. Egli è, però, palesemente un nemico del frate; tutto il male è dalla parte degli eretici, tutto il bene dalla parte dei crociati, e in particolar modo manifesta uno zelo fanatico per il vescovo Ranieri di Vercelli, capo dei crociati che vinsero i ribelli sul monte Zebello. Gli Apostolici sono per lui ladri, assassini e cani; i loro nemici generosi campioni della verità e della fede. Sulla Parete Calva i ribelli, assediati nel terribile inverno valsesiano, sono costretti a nutrirsi con carne di topi, di cavalli e di cani, e il cronista prova grave scandalo che essi abbiano potuto mangiare carne "anche in tempo di quadragesima"! La sua testimonianza va quindi accolta con molta cautela, ma essa serve soprattutto per la narrazione dei fatti, sulla cui sostanza poco poteva influire il cieco fanatismo dell'Anonimo. Bernardo Gui è un inquisitore, e non essendo, come tale, amico degli eretici, non è inverosimile che abbia avvalorato volentieri voci calunniose sul loro conto. Gli storici riconoscono, tuttavia, che egli, anche se "celebre inquisitore", fu "uno dei principali e più accurati cronisti del principio del secolo XIV", e i suoi documenti meritano, quindi, la più attenta considerazione. La veridicità del Villani -lo Zingarelli lo definisce "la più copiosa e pura fonte di notizie degli avvenimenti di Europa nei tempi suoi"- è troppo nota, perché io mi soffermi su di lui,e con le sue notizie concordano, come abbiamo visto, quelle dateci dal Benvenuto da Imola, per quanto il Segarizzi pensi che questi abbia potuto attingere al commento dantesco dal falso Boccaccio. "In ogni modo -precisa lo stesso Segarizzi- il commento dell'Imolese costituisce fino ad ora una delle fonti più importanti e ricche". In questa rapida rassegna delle testimonianze, non si deve dimenticare Dante Alighieri, posto che sia vera l'ipotesi avanzata dal Tocco sui motivi per i quali il Poeta avrebbe messo nell'Inferno fra Dolcino in compagnia di Maometto. Notato, infatti, che l'eresia apostolica è radicale verso il cattolicesimo come la religione maomettana, il Tocco aggiunge che "per un altro verso qualche punto di simiglianza avrebbe potuto ritrovare Dante tra la Eresia maomettana e la Dolciniana, e riguarda i rapporti sessuali. In molte leggende del medioevo, la ragione per cui il maomettanismo ebbe sì grande seguito, si attribuisce all'avere il profeta lasciato libero freno alle libidini. Anche su questo punto era accusato il Dolcino, se a ragione o a torto, non importa qui ricercare. Basterà per noi sapere che al tempo di Dante queste accuse correvano per le bocche di tutti, e Gui, o l'autore che egli copia, le registra nel 1316, in quel torno d'anni in che fu scritta la Commedia". Questo è, in sintesi ciò che le fonti dicono sull'uso comune delle donne da parte dell'eresiarca, e, come si vede, se non è possibile essere certi che la dottrina fu vera, abbiamo, almeno, forti motivi per credere che qualche cosa di vero ci fu, e ciò sarà confermato più avanti da alcune considerazioni sulle condizioni di vita degli Apostolici. Dopo le fonti, esaminiamo gli storici che le interpretarono. Non posso qui nemmeno abbozzare una storia della storiografia dolciniana, ma basterà accennare agli autori più noti degli ultimi due secoli, che, nell'argomento, non sono, in verità, molti. Una tesi analoga a quella che, secondo la Redazione de "La Trama", sarebbe stata propria del Labriola, fu sostenuta da L. Mariotti nel libro "Historical memoir of fra' Dolcino and his times", pubblicato a Londra nel 1853. L'autore è indotto a ricercare un'eventuale identità fra l'eresiarca italiano del tredicesimo secolo e i Sansimoniani del diciannovesimo, dalla "vaga ma unanime" dichiarazione dei commentatori dell'Alighieri che il principale errore di Dolcino consisteva in una "comunità di beni e comunità di donne". Il Mariotti avrebbe così scoperto che la "comunità di donne" significava la "rottura di tutti i legami domestici, una condanna di tutti i più sacri affetti", per stabilire nuovi vincoli, di natura più spirituale, fra gli uomini e le donne della comunità degli Apostolici. "Le donne -prosegue l'autore- non erano proprietà comune, esse non appartenevano a nessuno di loro, se non per un legame d'unione spirituale -shaker marriage- , per una semplice comunità religiosa". Per il Mariotti, i Dolciniani sarebbero così stati dei puri asceti, che "condannavano il matrimonio e ogni rapporto sessuale", e l'accusa d'immoralità sarebbe dovuta al fatto che "il loro schema di religione era concepito in modo come per sanzionare e sistemare qualsiasi manifestazione di vizio infame". Questa tesi non ha avuto fortuna presso gli storici, che hanno sempre preferito o accogliere come vera in senso letterale la dottrina della libertà sessuale, o respingerla come calunnia dei nemici. Orsini Begani, autore di un "Fra Dolcino nella tradizione e nella storia", edito a Milano nel 1901, dà un colpo al cerchio e uno alla botte; riconosce vere tutte le accuse di comunismo, anche delle donne, mosse all'eretico, ma pone queste dottrine fra gli errori degli Apostolici, e, pur facendo delle osservazioni di un certo valore sulle fonti dolciniane e formulando giudizi anche equanimi ed equilibrati, conclude in gloria nel modo seguente: "Pur sopra tutte le velleità novatrici di uno spirito ribelle, per le quali non erano maturi i tempi, né parati gli uomini, ha trionfato la grande fede ortodossa che, sul luogo della vittoria, ha innalzato, bello di gloria, un tempio votivo" (che è il tempio a S. Bernardo sul monte Zebello). Il Tonetti, storico valsesiano, autore di una "Bibliografia valsesiana" e di una storia de "La Valsesia", in cui si parla del frate, considera frutto di esagerazione l'ideale comunistico a lui attribuito, e scrive: "Siccome non havvi in queste lotte di principii religiosi cosa più facile dell'esagerazione, così avvenne che Dolcino fu accusato di libertinaggio, e le sue dottrine di comunismo perché egli aveva compagna e permetteva a' suoi di tenere donne. Fu accusato di insegnare che tutti i beni dovessero essere liberi e tutti gli uomini e le donne senza distinzioni potessero vivere insieme maritalmente, perché la carità vuole che tutte le cose siano in comune". Come si vede, il Tonetti nega che sia vera non solo l'accusa di comunismo delle donne, ma anche dei beni, cosa che, invece, è ammessa quasi da tutti gli storici più recenti. Respinge l'accusa di libertà sessuale un autore che non può essere certo considerato uno storico e che cito per pura curiosità, l'Aspesi, il quale ne "L'Angelo di Tiatira", pubblicato nel 1932, sostiene che è falso reputare Dolcino "come un precursore del libero amore, quale si pratica nella Russia Soviettista attuale, (proprio così; queste parole erano scritte ventisette anni fa) e del comunismo nel 1300; quando egli voleva imitare gli Apostoli, e ricondurre il popolo alle norme evangeliche", e l'Aspesi si è fatta questa convinzione in modo ingenuo e puerile, pensando che non era possibile che il frate predicasse la carità e la purezza evangelica, praticando, nello stesso tempo, il comunismo e il libero amore. Per questo candido autore, gli uomini razzolano sempre come predicano. Trascuro un'opera che ebbe immeritato favore, il libro di Cristoforo Baggiolini, "Dolcino e i Patareni", del 1838, e basti su di essa il giudizio dato dal Miccoli in un saggio a cui accennerò più avanti, giudizio di "straordinaria fortuna goduta quale ricca fonte di notizie", mentre si tratta di un "banale e fantastico libro. peraltro accentuatamente denigratorio" nei confronti del frate. A me sembra in definitiva che le cose più sagge sul personaggio siano state scritte, d'accordo con gli studiosi dell'argomento, dal Tocco, dal Segarizzi, dal Volpe, dal Miccoli e, infine, dal Dupré Théseider, anche se possiamo dire con quest'ultimo autore che "anca tuttora uno studio serio ed esauriente su Dolcino e sugli Apostolici". Ed ecco che cosa essi pensano del comunismo dolciniano.
Il Tocco, che, per primo, rielaborò la confusa materia dell'eresia apostolica, scrisse, oltre a quello già ricordato nelle pagine precedenti, il noto saggio: "Gli Apostolici e fra Dolcino", dove, pur ammettendo che la libertà sessuale predicata dal frate possa essere stata una calunnia degl'inquisitori, dichiara: "Ma si può dare anche un'altra spiegazione, che, a parer mio è molto più probabile. Gli Apostolici, nel tornare alla vita dei primi cristiani, ammettevano che non solo gli uomini ma benanco le donne potessero pellegrinare di città in città per predicarvi il poenitentiam agite, e prima di loro i Valdesi tennero lo stesso costume, e dalle fonti più dirette sappiamo che la turba, capitata in Val di Sesia, era composta di uomini e di donne. Il qual costume doveva recare grande scandalo ai cattolici, ma gli Apostolici si richiamavano ai racconti del Vangelo, e dicevano che quando un fervore veramente religioso anima la massa, non v'ha pericolo d'intemperanze sessuali; altri pensieri incombono, e si può scommettere che se anche nei disagi dello apostolato s'avessero a trovare a contatto intimo uomini e donne, saprebbero vincere le tentazioni.. Fra Dolcino stesso non nascose di aver scelto a sua compagna l'eroica Margherita, la quale, se s'ha da credere all'Additamentum, quando fu catturata, era incinta. Egli forse non aveva da principio il proposito di sposarla e nelle sue lettere parla di lei come di sorella, non di sposa; ma se anche le notizie che si davano sul loro conto, non si dovessero tenere come suggerite dalla maldicenza dei loro nemici, non ci sarebbe da stupirsene. Anzi questo risultato si potrebbe raccogliere; che anche in fatto di rapporti sessuali gli Apostolici rompevano contro tutte le precedenti eresie e l'ascetismo che le informava". Ho citato quasi tutto il passo del Tocco, perché è d'importanza fondamentale e contiene pressoché tutti i concetti che, in materia, confermò e svolse la storiografia successiva. Questo passo è riportato pure per esteso nella "Prefazione", già ricordata, del Segarizzi, il quale concorda pienamente con l'interpretazione del Tocco. Non se ne discosta nemmeno il Volpe in uno dei suoi studi sulle eresie medioevali, ed anzi la ripropone in termini più concreti; parlando, infatti degli Apostolici, il cui movimento avrebbe mostrato più scopertamente delle altre eresie o follie religiose, "il contenuto sociale ed economico", rammenta che il frate negava ai sacerdoti cattolici il diritto di percepire le decime, diritto che apparteneva ora agli Apostolici, "veri eredi delle autorità ecclesiastiche orami esautorate". E soggiunge che "quest'ultimo punto ha fatto sospettare recentemente che Dolcino si allontanasse negli anni della dimora valsesiana dal concetto di povertà assoluta, per accogliere invece qualche concezione comunistica. Ed è molto probabile. La concezione comunistica, e non solo dei beni ma anche dei rapporti sessuali, poteva scaturire spontanea dalle condizioni di vita degli Apostolici dolciniani, in quegli anni in cui essi si trovavano rinserrati fra i monti, e legati più che mai in un fascio solo, per la necessità della difesa e "nell'odio al nemico". Il Labriola ha avuto, dunque, dei buoni scolari, e il primo maestro italiano del marxismo, anziché contribuire con le sue dottrine a respingere l'idea del comunismo dolciniano delle donne, ha fornito i canoni per intendere quale poteva esserne l'origine storica. Nel pensiero del Volpe, in particolare, anche se il Volpe fu ideologicamente ben altro che marxista, si vede come la "sovrastruttura" dottrinaria apostolica, abbia avuto il suo fondamento organico nei rapporti che si erano stabiliti naturalmente fra i membri della comunità eretica, la quale, nella Valsesia, viveva in condizioni tali da rendere la sua struttura affatto diversa da quella della società degli "ortodossi". Quell'ideale comunistico aveva in tal guisa la sua necessità strutturale e, quindi, la sua universalità, che poteva riscattare alla coscienza degli eretici ciò che agli ortodossi appariva inumano e immorale. L'efficacia della scuola del Labriola è riconosciuta anche dal Miccoli, autore di un saggio, che il Théseider definisce "chiaro e intelligente" sulla fortuna di fra Dolcino attraverso i tempi, dove è detto che nel metodo per ricercare la verità su quell'eresia, "può acquistare piena legittimità qualche intuizione del Labriola intorno al formarsi di certe formulazioni dottrinali degli Apostolici connesse al genere di vita che essi alla fine si videro costretti a tenere". Il Miccoli conferma pure il valore delle fonti principali da me ricordate, perché l'Anonimo Sincrono, il Gui, il Villani, il Benvenuto sono"contemporanei, freschi ancora del ricordo" del frate, e delle sue gesta; e rammenta come in una predica di S. Bernardino, "di Dolcino si colpisce. soprattutto la colpevole promiscuità sessuale"". Lo studio del Dupré Théseider, letto al II convegno su "Eresia e riforma in Italia", tenuto a Torre Pellice nell'agosto del 1958, è l'ultimo in ordine di tempo,ma non ultimo per importanza. Il problema del personaggio, della sua partecipazione agli estremismi degli Apostolici e della sua dottrina in genere, viene riproposto del Théseider in forma radicale, poiché "non vi è tema o argomento storico che, a distanza di tempo, non possa anzi non debba esser ripreso e ripensato", e ciò tanto più vale nel caso del nostro eretico, la cui figura, dopo sei secoli e mezzo, "si trova ancora sulla linea di confine tra verità storica e proliferazione leggendaria". V'è poi un motivo di particolare importanza per ristudiare l'eresiarca, ed è il "fatto sociale", a cui siamo oggi diventati molto sensibili e che può essere fonte di vera ispirazione storiografica. Quanto al punto che qui importa discutere, è bene tener presente anzitutto che, per il Théseider, nella storia del frate, "l'episodio della resistenza deve passare in secondo piano, rispetto a ciò che è più veramente interessante, anche se mal noto: la sua dottrina, espressione, modesta forse ma sincera, dell'anelito che attraversa tutto il suo tempo, verso una più integrale conformità col Cristo e i suoi discepoli, e verso una più radicale e conseguente attuazione del messaggio evangelico, in un ravvivato clima di attesa di nuovi tempi". Ma poiché enunciazioni dottrinarie furono legate, come sembra, alle vicende della resistenza, il Théseider cerca di stabilirne il significato, facendo la seguente congettura:"Non so -e qui si entra nel campo delle pure ipotesi- fino a qual punto Dolcino abbia potuto reggere in mano quella turba, resa furente dalle privazioni e dalla certezza della rovina. Se fra essa si affermarono propositi dissennati, quali l'uso comune delle donne, o si manifestarono particolari sviluppi in senso comunistico, come ricorda il Villani, -e non abbiamo difficoltà ad ammetterlo,- è da chiedersi se egli li abbia promossi e sanzionati, o non piuttosto vi si sia rassegnato come a inevitabili eccessi. Se si fosse opposto, probabilmente lo avrebbero ucciso". L'ipotesi del Théseider è favorevole anch'essa ad una forma di idealizzazione del personaggio, non so con quanta coerenza col proposito di "vederlo come fu realmente". Le fonti sono concordi nel presentarci il ribelle come dotato d'un'energia, d'una volontà non comuni; la sua resistenza alle torture atroci subite -non si dimentichi- in condizioni fisiche e morali che non potevano non essere di estrema debolezza, dopo aver affrontato lette disumane e sofferto stenti insopportabili per chiunque non avesse la sua tempra; il contegno eroico tenuto durante il supplizio finale, contegno che ha fatto ricordare Capaneo e Farinata; fanno pensare ad un uomo che, probabilmente,avrebbe preferito la morte agli eccessi, ai propositi che egli non avesse approvati. V'è da tener presente, inoltre, che tutti gli episodi della lotta armata dei ribelli, quale le fonti ce la descrivono, v'è l'impronta della stessa risolutezza, forza e selvaggio furore, come se una fosse la guida, una l'anima dannata della resistenza dal primo all'ultimo istante. Orbene, se il frate, che era il capo indiscusso degli Apostolici, quando si affacciarono alle gole valsesiane, avesse dovuto rinunziare all'autorità su di loro, non sarebbero mancati i segni di questo mutamento nella condotta della resistenza, che, forse, sarebbe finita prima. Vorrei ora esaminare gli altri spunti offerti dal Théseider per rendere l'interpretazione dell'eresiarca più consona alla maturità della storiografia moderna, ma mi manca lo spazio e mi limito ad indicare quali sono questi nuovi e interessanti temi. Abbiamo già visto come lo studioso sia contrario all'immagine imposta -dice- alla comune coltura, "di un Dolcino guerriero e sociale, in luogo di lui apostolo", e alla concezione di lui pure quale "apostolo in chiave sociale"; come respinga il criterio, accolto dallo stesso Miccoli, di assumere il movimento apostolico "quasi come elemento tipico per dimostrare la validità di un'interpretazione dell'eresia medioevale fondata sulla concezione del materialismo storico del Marx". Ed in quest'ordine tradizionale d'idee, che sarebbe da mutare, lepisodio della resistenza in montagna avrebbe finito "per sopraffare se non cancellare il lato più propriamente religioso dell'azione di fra Dolcino", lato che sarebbe "l'unico autentico e degno di nota". S'è visto pure che il frate, proprio nel momento più drammatico e difficile del suo movimento, non essendo più il capo effettivo dei ribelli, avrebbe subìto, impotente, la follia di un estremismo ereticale, contrario alla natura genuina del dolcinianesimo. Aggiungasi, infine, che, sempre secondo il Théseider, Dolcino non avrebbe avuto intenzione di combattere la Chiesa con le armi, poiché, in tal caso, non avrebbe commesso l'errore di abbandonare la pianura, per "arroccarsi in impervie vallate condannandosi da solo all'immobilità e cioè alla sconfitta". Com'è evidente, da queste intuizioni, in parte nuove, il frate uscirebbe con le mani nette dal giudizio della storia, ma apparirebbe come una sorta di apprendista stregone, che, dopo aver scatenato le forze dell'eresia fino a farne scaturire i moti più irrazionali, sarebbe stato poi incapace di dominare tali forze, finendo prigioniero dei suoi stessi ribelli, prima ancora dei crociati e dell'inquisizione. La questione posta in termini siffatti è troppo grave e richiede una disamina da compiere in altra sede. La natura del comunismo dolciniano resta, dunque, da approfondire, ma non si può certo risolvere la questione senza nemmeno considerare certi aspetti dottrinali sol perché possono apparire "propositi dissennati". A tal riguardo sarà utile non dimenticare che già Platone nella "Repubblica" e in particolare nelle "Leggi", teorizzò l'uso comune delle donne, e due secoli dopo fra Dolcino, Tommaso Campanella, nel comunismo della "Città del Sole", formulò dottrine analoghe. La storia richiede, come tutti sanno, ma facilmente dimenticano, apertura mentale e capacità di rivivere il passato nella eticità che gli fu propria e si attuò in forme anche contrastanti con quelle dei nostri tempi. E poiché, parlando di fra Dolcino, il discorso cade di necessità su costumi e rapporti umani che i secoli hanno resi a noi barbari e feroci, è bene chiudere le presenti considerazioni con un pensiero del Croce, che è un ammonimento a tutti gli storici. Criticando il concetto di Diritto naturale, perché antistorico e astratto, il filosofo insisteva sulla storicità dell'etica e allegava, a conferma, esempi di istituzioni che, morali un tempo, erano poi diventate immorali. E aggiungeva: "Solamente l'angustia mentale o l'ignoranza può credere fuori della umanità o viventi e persistenti nell'immoralità, popoli che praticano il divorzio e una o altra delle forme di coniugi che non rispondono ai nostri costumi, e i popoli odierni che negano il voto alle donne, e quelli futuri che loro lo concederanno, se lo concederanno. Ma immorale, irrazionale e innaturale non è neppure la poligamia o il libero concubinato, se venne considerato istituzione legittima in certi tempi e luoghi; e neppure, staremo per dire (quantunque la cosa ripugni al nostro stomaco di europei inciviliti), l'antropofagia, perché anche tra gli antropofagi (speriamo che, facendo uno sforzo mentale si vorrà convenirne) erano uomini che si sentivano nella più limpida coscienza di sé medesimi onestissimi, e che ciò nonostante mangiavano il loro simile con la stessa tranquillità con cui noi mangiamo un pollo arrosto, senza odio pel pollo, ma sapendo di non poter fare, almeno per ora, altrimenti". E ribadiva gli esempi con la nota paginetta di Cornelio Nepote, nella quale lo storico latino dice che tutte le cose devono essere giudicate secondo i costumi del tempo, e che, pertanto non fu scandaloso il matrimonio di Cimone con la sorella germana, dal momento che tutti gli Ateniesi si comportavano come lui; né fu peccato, ma, anzi, costume lodevole per i fanciulli greci, avere molti amatori. E a siffatti esempi si dovrebbe aggiungere quello di Socrate, che, come sappiamo dai dialoghi di Platone, non disdegnò taluni costumi che per noi sono oggi immorali e riprovevoli; Socrate, venerato come il primo filosofo e martire di quella virtuosa coscienza che vive, essenzialmente la stessa, dentro di noi e in ogni uomo.
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