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Testo pubblicato in La Rivista Dolciniana n° 20, Novara giugno-dicembre 2001
L'apposizione avvenuta il 5 marzo 2000 della lapide, realizzata dalle Società Operaie per il sesto centenario del martirio di Dolcino nel 1907, presso il Palazzo dell'Assessorato alla cultura del comune di Vercelli, ha riacceso il dibattito intorno all'eretico trecentesco, con ampi echi giornalistici anche a livello nazionale. Ma chi fu veramente Dolcino, e quale importanza ebbe la sua eresia, chiamata "Apostolica" appunto perché intendeva riprodurre il modello di chiesa cristiana delle origini, quello degli apostoli di Cristo? Certamente per secoli e secoli la figura di Dolcino, condotto al rogo a Vercelli nel 1307 fra atroci torture, ha diviso gli animi e il mondo della cultura. Quali sono oggi, invece, le conclusioni storiografiche? Abbiamo su questo rivolto alcune domande a Corrado Mornese, studioso della materia, che ha pubblicato in questi anni vari lavori dedicati agli Apostolici.
I giudizi su Dolcino e sugli eretici da lui capeggiati sono stati e restano fortemente contrastanti. Abbiamo interpretazioni molto, troppo diverse tra loro. Tu che giudizio ne dai?
Sono convinto che l'eresia apostolica sia una delle più importanti dell'intero medioevo perché rappresenta l'incontro tra misticismo, teologia cristiana alternativa e resistenza armata di un popolo di montagna: tre direttrici che configurano il superamento della società feudale verso la moderna società democratica.
Ma allora perché tante polemiche, ancora oggi, tante contrapposizioni?
Se guardiamo a quegli eventi con gli occhi della modernità, credo che le "storiche" contrapposizioni tra mondo laico (che in passato era sostanzialmente anticlericale) e mondo cattolico (che in passato era sostanzialmente clericale) possano essere finalmente, almeno in buona parte, superate.
La lapide di Vercelli è un documento importante di quella fase storica in cui la contrapposizione era molto acuta tra le due culture. Dolcino, martire di un "altro" cristianesimo (questo rimane innegabile), per un certo tipo di cultura è stato sempre un demonio da esorcizzare, mentre per un certo mondo laico è stato un eroe, un precursore. Dunque in entrambi gli schieramenti vi sono sempre state forti venature ideologiche nella valutazione del personaggio.
Ma oggi non si può almeno ipotizzare una più "oggettiva" valutazione, che porti finalmente il discorso sulla storia, sulla teoria religiosa, sull'etica, e non più su significati che in fondo vanno al di là, spesso troppo al di là, dei fatti storici?
Dal punto di vista storico, decisivi passi in avanti mi sembra siano stati fatti negli ultimi vent'anni su due questioni controverse in passato: primo, l'importanza di Gherardino Segalello, fondatore degli Apostolici, posto al rogo a Parma nell'anno 1300 (l'anno del primo giubileo, quello di Bonifacio VIII). Secondo, è ormai a mio parere dimostrato più che ampiamente che non furono quei pochi eretici, mendicanti, con donne e bambini, giunti in Valsesia insieme a Dolcino, a iniziare la guerriglia contro i crociati arruolati per distruggerli. Fu la gente della montagna, che già da lungo tempo era stata in rivolta contro il potere e lo sfruttamento feudale, a sviluppare una ribellione decisa, come del resto ce ne sono state tante nel medioevo. L'Europa moderna è costruita sulle tombe dei contadini in rivolta in ogni parte d'Europa e per lunghi secoli. I contadini combattono sempre, ma sempre perdono. Così è avvenuto in Valsesia nel 1304, quando Dolcino e i pochi suoi adepti vi giungono provenienti dal Trentino (l'Anonimo Sincrono, una fonte importantissima coeva dei fatti parla non a caso di "paucis complicibus suis", di "pochi suoi complici").
Stai dicendo che va ridimensionato il ruolo "militare" del Dolcino passato alla storia come "brigante", "guerrigliero", "partigiano ante litteram" ecc.?
Esattamente. E' uno strano destino per chi, amando il personaggio e sentendone tuttora il fascino, proprio per recupararlo ad una valutazione storica più realistica, deve propriamente "smitizzarlo".
Come avrebbero fatto questi pochi, pacifici e pacifisti (del resto si erano già rifugiati in Trentino senza combattere, anche là inseguiti dall'Inquisizione e dai roghi), disarmati, questuanti, a tener testa ad un esercito professionale perfettamente attrezzato? Come avrebbero potuto diventare 1.400 o forse 4.000 ribelli in lotta sulle montagne della Valsesia? Ricordo che, all'epoca, l'Europa aveva dieci volte meno abitanti di oggi, e Novara aveva circa 5.000 abitanti, il che vuol dire che oggi quei ribelli equivarrebbero a 14.000 o addirittura a 40.000! Impossibile davvero, se non fosse stato per la gente dell'alta Valsesia che insorge. Dolcino e i suoi non fanno altro che confluire in quella rivolta, avendo un impianto culturale e un messaggio profondamente coerente con quel tipo di struttura sociale.
Può aver giocato anche il fatto che Dolcino stesso era originario di quei luoghi?
Ormai è sufficientemente provato che Dolcino era originario di Prato Sesia. E quando uno cerca di fuggire alla morte certa, dove va? A casa sua. Anche se vi è un'altra ipotesi, che individua le valli valdesi del Piemonte come la meta della loro fuga dal Trentino, il "lungo cammino dei Fratelli Apostolici".
Ma questa gente cosa aveva in mente? Qual era il loro modo di pensare? In cosa credevano?
Per capire bene l'eresia apostolica bisogna riandare a Gherardino Segalello. E' in sostanza un secondo Francesco d'Assisi: rifiutato dal convento dei Minori di Parma, vende i suoi pochi averi e getta il denaro ricavato ai poveri, per iniziare una vita di assoluta povertà, di predicazione, di assistenza ai malati e ai bisognosi. Raccoglie via via un seguito di massa che rappresenta una vera e propria concorrenza nei confronti dei Minori (gli apostolici si chiameranno anche "poveri di Cristo" o "minimi" proprio per segnare la loro collocazione al livello più basso della scala sociale). Per più di vent'anni non sono giudicati eretici, ma dal 1274 (con il II Concilio di Lione) inizia il giro di vite e cominciano le persecuzioni. Nel 1300 Gherardino sale al rogo.
Perché tu sottolinei che per tanti anni non sono visti come eretici?
Perché questo dimostra che il criterio di definizione dell'eresia, da parte della chiesa di Roma, non è dato una volta per tutte, ma si evolve in ragione di valutazioni soggettive, che definirei sostanzialmente politiche. Comunque, tra i molti significati di questa scelta pauperista, due mi sembrano fondamentali per l'oggi: la realizzazione di una chiesa cristiana senza templi, ricchezze e potere, quindi unicamente spirituale, rappresenta il nucleo del moderno concetto di separazione tra stato e chiesa (Dante sembra simpatizzare con Dolcino nella Divina Commedia forse proprio per questa ragione). E nella chiesa apostolica, itinerante nel mondo incontro al mondo, che sopra il suo capo ha soltanto il cielo stellato, tra i suoi membri si crea un a profonda eguaglianza, in nuce il moderno diritto di cittadinanza, alternativo al diritto di dipendenza che univa in una rigida piramide la società feudale. Mentre i francescani vengono integrati nella struttura feudale e temporale della chiesa di Roma, sino a diventare uno strumento importante della stessa Inquisizione, e le istanze originarie di Francesco in gran parte svuotate, gli apostolici (e gli altri movimenti pauperisti), sono perseguiti duramente.
E quale fu il ruolo specifico di Dolcino?
Dolcino, che diviene il leader degli apostolici dopo il rogo di Segalello, introduce una teologia della storia di chiara matrice gioachimita, e una critica alla chiesa di Roma che ne prevede l'irriformabilità, e quindi la distruzione ad opera di un nuovo potere politico. La critica di Dolcino alla chiesa di Roma si fonda sul concetto di deviazione dall'ispirazione originaria. E' andata troppo in là sulla strada sbagliata per poter essere riformata. Dovrà cadere violentemente, e tra poco tempo, per mano di un nuovo imperatore (un nuovo Federico II), e così sorgerà una nuova chiesa pura e apostolica. Mentre Gherardino era un "giullare", un uomo del popolo, Dolcino è un raffinato intellettuale che elabora una visione complessiva della storia, e, raccogliendo il senso della teologia della storia di Gioacchino da Fiore, profetizza una liberazione immanente, nell'al di qua e non più nell'al di là, oltre che imminente, che avverrà a breve. Con ciò fornisce anche ai ribelli della montagna ai quali si è unito, una speranza di vittoria, una certezza nella vittoria di lì a breve.
In conclusione, possiamo dire che c'è ancora del lavoro da fare per collocare quella vicenda nel suo giusto senso?
Si capisce l'eresia apostolica se si parte dall'oggi, dalla modernità. Per le ragioni qui sommariamente espresse, l'eresia apostolica è di certo una delle più radicali, forse la più radicale di quel complesso di fenomeni ereticali che chiamiamo della "prima riforma", cioè precedenti a Lutero. E, annotazione importante, il concetto di penitenza in Segalello (il famoso "poenitentiagite") ritorna quasi esattamente nelle prime quattro delle 95 Tesi di Wittemberg, praticamente il "manifesto" della Riforma luterana. Che però è di più di due secoli successiva. Cosa volevano gli apostolici: una chiesa senza vincoli (potremmo dire una fede senza religione), "seguire nudi il Cristo nudo", nessun obbligo esteriore (né obbedienza, né giuramento, né pagamento delle decime), e questo impianto teorico era in effetti troppo moderno per l'epoca, troppo avanzato. Ci vorrà la Rivoluzione Francese per annunciare con forza quegli stessi princìpi professati dagli apostolici: libertà, uguaglianza, fratellanza. Troppo "moderni", dunque, Dolcino, Segalello e gli apostolici. Per questo furono sconfitti, ma per questo ancora oggi se ne parla.
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